Le vie dell' amore: tradizione e produzione di un portabebè
Quando ho scelto il tema della mia tesina per la certificazione come Consulente del Portare®, non avevo dubbi: tradizione e produzione di un porta bebè. Un viaggio che è iniziato in Turchia, tra gli Yörük e il loro Kolan, il porta bebè tradizionale tessuto a mano che le donne usavano per portare i bambini nei campi. Una storia che racconta moltissimo su come si porta, su cosa significa farlo bene e su quanto sia cambiato il mondo del babywearing.
Quando ho scelto l'argomento della mia tesina per la certificazione come Consulente del Portare®, non avevo dubbi sul tema: volevo esplorare la tradizione e la produzione di un porta bebè. Sapevo che il viaggio sarebbe iniziato in Turchia, ma non immaginavo quanto mi avrebbe sorpresa lungo la strada.
Le tradizioni che nonne e bisnonne tramandano di generazione in generazione, in ogni angolo del mondo, sono racconti carichi di sentimenti e di manualità ormai rara. Da queste tradizioni nascono spesso gli oggetti più preziosi che si possano ereditare. Il portabebè tradizionale è uno di questi oggetti, e la sua storia racconta molto di più di un semplice supporto per portare i bambini.
La Turchia e il babywearing: un paese giovane con radici antiche
La Turchia è un paese fortemente in via di industrializzazione dall'inizio del nuovo secolo, attualmente al terzo posto tra i maggiori produttori di cotone biologico a livello mondiale. Con un'età media di 30,7 anni (contro i 44,4 dell'Italia, dati 2014 - ad oggi, nel 2026, l'età media per la Turchia è di 34.9 anni mentre in Italia è di 46.9 anni), è un paese giovane in cui la famiglia numerosa e patriarcale non è una rarità. Eppure, nonostante questo contesto, le testimonianze dirette sul babywearing sono difficili da raccogliere: chi ha portato o visto portare i bambini spesso non ne parla o lo dà semplicemente per scontato come parte del quotidiano. I racconti che ho avuto modo di ascoltare dagli anziani che vivono nell'entroterra anatolico riportano sempre a un'etnia in particolare: gli Yörük.
Chi sono gli Yörük e perché sono fondamentali nella storia del porta bebè
Gli Yörük sono un gruppo etnico di origine turca, storicamente nomade: la parola in turco significa letteralmente "coloro che camminano". Erano conosciuti per le loro straordinarie abilità di tessitori, qualità che hanno probabilmente sviluppato e affinato proprio durante gli spostamenti che li hanno visti protagonisti dall'VIII secolo a.C., dall'Asia Centrale fino all'Europa.
Durante questi spostamenti, gli Yörük erano soliti accamparsi per periodi più o meno lunghi e in queste occasioni facevano un uso costante e molto vario dei loro manufatti tessili, prodotti con il tipico telaio chiamato çarpana (pronunciato "ciarpana").

Il telaio çarpana e la produzione di un porta bebè tradizionale: il Kolan
Il çarpana è un telaio decisamente rudimentale, ancora in uso in alcuni villaggi dell'Anatolia. Veniva costruito con pali e paletti di legno fissati a terra, che permettevano di creare le guide della trama e dell'ordito. Con questo metodo di tessitura veniva prodotto il Kolan: una sorta di cinta stretta e lunga che gli Yörük utilizzavano per ornare e fissare le loro tende, come cintura per i capi di abbigliamento, per trasportare carichi pesanti sulle proprie spalle e su quelle delle bestie da soma, e infine, anche per portare i bambini.
Le donne lavoravano principalmente nei campi e allevavano il bestiame, il che le teneva costantemente in movimento. Il Kolan permetteva di portare il bambino sulla schiena, ma essendo appunto una cinta, non garantiva un adeguato sostegno alla schiena del bambino portato. Per ovviare a questo problema, e per far sentire sicuro anche il portatore durante i movimenti, si usava mettere una copertina o un telo sulla schiena del bambino prima di completare la legatura.
Come si lega il Kolan: tecnica, vantaggi e svantaggi
La legatura del Kolan consiste nel far passare la cinta all'altezza delle scapole del bambino, poi sulle spalle del portatore, e a questo punto si poteva procedere in due modi: riportare la cinta dietro come nella legatura canguro (o zainetto), oppure incrociare sul petto come nel triplo sostegno dietro, creando un incrocio anche sotto al sedere del bambino fino a chiudere davanti sulla pancia del portatore.

Con questa tecnica era possibile far assumere al bambino una posizione "più o meno" ergonomica, un dettaglio importante ma all'epoca non considerato tale. Si prestava invece maggiore attenzione a garantire una certa sicurezza al bambino, cercando di mantenerlo posizionato in alto e rigorosamente con le braccia fuori, in modo che non potesse liberarsi rischiando di cadere.
Questa legatura veniva usata quasi esclusivamente dalle donne, spesso spose in giovane età, impegnate nella gestione quotidiana della casa, dei campi e del bestiame. Una vita in costante movimento che rendeva inevitabile il fatto che la legatura causasse dolori alla schiena e alle spalle, soprattutto man mano che il bambino cresceva. A volte a portare i bambini erano le sorelle più grandi, anche di 9-10 anni, o madri che erano esse stesse poco più che bambine: la loro forza era commisurata al loro sviluppo fisico, e spesso passavano intere giornate sotto il sole a lavorare nei campi. In alcuni casi la legatura creava compressioni al seno, con conseguenti ingorghi e forti dolori nelle donne che allattavano.
Il Kolan aveva comunque molti vantaggi concreti: la cinta veniva tessuta localmente, era quindi di facile reperibilità e aveva un costo irrisorio. Il suo limite principale era però quello di non garantire comfort al portatore, né per spostamenti brevi né per portare a lungo nell'arco della giornata.
Tradizionale fa rima con naturale, ma non sempre con migliore
In Occidente tendiamo spesso a credere che tutto ciò che appare "naturale" o tradizionale, e a cui non siamo abituati, sia più salutare e meno consumistico rispetto a ciò a cui siamo quotidianamente esposti. Ma è davvero così?
Nonostante il Kolan appartenga a una tradizione tramandata per secoli, guardarlo oggi fa inevitabilmente riflettere: come si fa a portare un bambino con una cinta larga poco più di tre dita, che già alla vista risulta piuttosto precaria dal punto di vista della sicurezza? Ed è altrettanto naturale chiedersi se chi usa il Kolan o altri supporti tradizionali, probabilmente senza avere alcuna possibilità di scelta ma adeguati alle proprie condizioni socio-economiche, abbia mai desiderato sperimentare un supporto diverso, che potesse offrire maggiore comfort sia al bambino che a chi porta.
© Zuhal Kaykac Messora, Scuola del Portare
Fonti:
Millifolklor.com.tr — Babywearing Türkiye — Keyiflibebek.com — Turkey's Changemakers — Wikipedia
Foto credit:
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